La vicenda di Umberto Zadnich, autore di tre omicidi tra il 1974 e il 1987: la figlia Berta Braz, il passato criminale, l’internamento e il dibattito sui servizi psichiatrici.
La storia di Umberto Zadnich è una delle più cupe della cronaca italiana degli anni Settanta e Ottanta. Un caso segnato da violenza familiare, disturbi psichiatrici, omicidi ripetuti e da una lunga discussione pubblica sul ruolo dei servizi di salute mentale dopo la chiusura dei manicomi.
Zadnich, triestino, aveva già alle spalle precedenti gravissimi quando nel maggio 1987 uccise la figlia Berta Braz, 35 anni. La donna era andata a trovare i genitori, entrambi seguiti dal centro di igiene mentale. Secondo le cronache dell’epoca, l’uomo tentò di aggredirla sessualmente; al rifiuto della figlia, la colpì prima con un’accetta e poi con un coltello. Il corpo venne scoperto solo il giorno successivo dal marito della vittima, preoccupato per la sua assenza.

Umberto Zadnich, i precedenti: la convivente uccisa e il delitto in manicomio giudiziario
Il caso di Berta non fu un episodio isolato. Già nel 1966, Zadnich era stato condannato per violenze sessuali sulla figlia, scontando due anni di carcere su quattro. Nel 1974 uccise a martellate la convivente Lidia Barzan. Dopo una breve latitanza, venne arrestato e internato in un manicomio giudiziario.
Nel 1976, durante l’internamento a Castiglione delle Stiviere, uccise anche un compagno di stanza colpendolo con un mattone. Nonostante questo passato, nel gennaio 1984 venne dimesso e tornò a vivere a Trieste, seguito dal centro di igiene mentale. Proprio questa dimissione sarebbe poi diventata il punto più discusso dell’intera vicenda.
L’omicidio di Berta Braz e il processo civile contro l’USL
Dopo l’uccisione della figlia, Zadnich fuggì e si consegnò circa venti giorni dopo alla polizia a Venezia. Una nuova perizia lo riconobbe totalmente infermo di mente e venne disposto il ritorno in ospedale psichiatrico giudiziario.
La morte di Berta aprì anche un fronte civile. L’avvocato Franco Bruno, per conto del figlio minorenne della vittima, avviò una causa contro l’USL triestina, sostenendo che i servizi avrebbero dovuto intervenire in modo più incisivo davanti a una persona con precedenti così gravi. In primo grado venne riconosciuto un risarcimento di 200 milioni di lire, anche se la vicenda giuridica successiva ridimensionò poi quella decisione.
Il caso Umberto Zadnich resta quindi una storia dolorosa e difficile da semplificare: non solo tre omicidi, ma anche il fallimento di una rete di controllo, cura e prevenzione davanti a una pericolosità già emersa più volte.